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BILL
EVANS
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Biografia
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| Nella
storia del jazz, pochi pianisti
hanno saputo valicare i limiti del proprio strumento per divenire un esempio
seguito da migliaia di musicisti. Uno di questi è stato William John 'Bill'
Evans. “Fu un uomo estremamente intelligente, un paladino dell'integrità e
della bellezza della musica, e non rinnegò mai tali ideali”, è stato scritto
di lui dopo la sua morte. E miglior epitaffio non si potrebbe concepire per
delineare la sua figura di artista, di creatore, di esempio. Arrivato sulla
scena jazzistica alla metà degli anni cinquanta, quando la musica afroamericana
era dominata dalle idee di Bud Powell, si mise subito in luce per il suo tocco
strumentale, le sue concezioni musicali, le sue aeree escursioni armoniche, la
sua architettura pianistica; tutte qualità che consentirono l'ingresso nel
mondo del jazz di un sostanziale romanticismo, senza alcun utilizzo di
particolari effetti né violenza espressiva. In sostanza, il suo fu un
personalissimo microcosmo, maneggiato sul piano melodico con rara bellezza
espressiva. Lirico di gran razza, Evans ritenne sempre che la musica, per poter
“cantare”, dovesse aver caratteristiche di purezza, coniugando
l'espressività con la bellezza della forma, cosa che solo la genialità delle
sue concezioni potevano rendere possibile. Il suo senso ritmico, d'altronde, si
è sempre palesato in modo naturale insinuandosi nell'ascoltatore in modo
delicatissimo, il suo swing sottile, elegantissimo, ha sempre indotto chi ha
suonato con lui (valga per tutti l'esempio di Scott La Faro) a dialogare, a
commentare, a far proprio il suo gioco solistico.
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Né
Evans e soggiaciuto alla tentazione del riff, così comune
in ogni forma del jazz, né ha utilizzato mai motivi banali:
le sue ampie linee melodiche, con frasi sempre perfettamente
equilibrate lasciano spazio all'improvvisatore nato, libero,
anche se squisitamente analitico. Basta ascoltarlo, in
versioni diverse del medesimo titolo, per rendersi
immediatamente conto della sua originalità, data dal
particolare momento creativo. Pur mostrando non poche
affinità con Lennie Tristano, il suo stile non è
assimilabile ad alcuna corrente: in effetti Evans né creo
una sua, particolarissima e inimitabile, alla quale hanno
fatto riferimento i Paul Bley, gli Herbie Hancock e i Keith
Jarrett (per citare solo alcuni) per la sua originalità e
la sua grandezza di artista che non accetta compromessi e
che sa decidere, da solo, come proporre la sua musica
assolutamente autentica. Lo stesso Davis, personaggio
non certo succube alle altrui concezioni musicali,
comprese immediatamente l'importanza delle idee di Evans, utilizzandole,
per esempio, in Kind of Blue, dove sia lui sia il pianista
si sbizzarriscono in arditissime esplorazioni modali,
proseguendo poi su questa strada con Flamenco Sketches o
nello stupendo Blue in Green nel quale vennero esplorate dai
due grandi musicisti ben cinque tonalità diverse. |
Né Evans fu meno importante come
compositore, ruolo in cui si era rivelato con
Five, già nel '56, cui seguirà lo squisito Waltz for Debby,
il suo manifesto modale, Peace Piece, My Bells - Time Remembered,
e ancora, Re: Persone I New o Twelwe Tone Tune, conosciuto anche,
più semplicemente, come T.T.T.
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| Utilizzando un'affermazione di Joanne
Brakeen, insomma, Evans seppe «trasformare la fantasia in realtà viva», una
realtà che le stesse parole del pianista descrivono in modo tale da non
lasciare dubbi: “Io non desidero esprimere solo i miei sentimenti: essi in
fondo non interessano nessuno. L'artista deve trovare dentro di se ciò che di
universale è in grado di comunicare agli altri. La magia risiede però nel
comunicarlo senza rendersene coscientemente conto». Maestro
della ballad, Evans ha saputo trasformare ogni tema, anche il più conosciuto,
con la sua personalissima interpretazione: nel registro medio i suoi accordi
hanno sempre avuto un che di sensuale, le linee melodiche un che di fluttuante:
come non citare, qui, l'esempio di When I Fall in Love realizzato
nel '61? Particolarmente attratto dal tre quarti, Evans seppe utilizzarlo in
modo mirabile (ancora con il prezioso apporto di La Faro) in Elsa (1961):
e nel disco, ancor più che nell'esibizione concertistica che rappresentò
comunque un aspetto importantissimo per la sua musica, il pianista ottenne
sempre gli apprezzamenti più sinceri sia da chi suonò con lui sia da chi
trasse da lui preziosi insegnamenti.
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Evans
nacque il 16 agosto del '29 a Plainfield, nel New Jersey, in una famiglia
borghese dalle solide radici economiche: il padre, di origine gallese, era un
esperto giocatore di golf e possedeva un campo da gioco. Sia Bill sia il
fratello Harry amavano la musica (quest'ultimo divenne poi insegnante) ed erano
influenzati, contemporaneamente, come ricorderà Evans anni dopo, “dalla
musica della chiesa ortodossa (la madre era originaria della Russia) e dalle
canzoni tradizionali del Galles...”. Studente di violino, di flauto e poi di
pianoforte, Bill entrò giovanissimo nel Louisiana Southern College di New
Orleans, dove venne ben presto influenzato, come rammenterà, dalla “pigra e
dolce vita del Sud” e dove, malgrado la diversità di pelle, riuscì subito a
2stabilire leali e cordiali rapporti con i neri”. In Louisiana, oltretutto,
ebbe la sua prima esperienza di musicista, suonando con un complessino, i The
Casuals, che si esibiva nei circoli religiosi e dove, ancora con le sue parole:
“Tutto e tutti erano così rilassati che ciò aveva un grosso effetto sul mio
modo di suonare”. Non lo interessava, però, la sola musica popolare: Chopin,
Debussy e Ravel furono punti di riferimento altrettanto determinanti di Tristano
o Konitz. A proposito degli autori classici citati, Bill disse che “la loro
concezione nella costruzione di una linea melodica o di contrappunto era
assolutamente diversa da qualsiasi altra che avevo udita... ma ascoltai anche,
in quegli anni, Bud Powell e Nat Cole... e, naturalmente, uomini come Gillespie,
Parker e Getz”. Dopo il diploma, Evans si unì comunque al chitarrista Mundell
Lowe e al bassista Red Mitchell, dimostrando sin dagli inizi la sua predilezione
per le piccole formazioni. In seguito visse una non entusiasmante esperienza con
Herbie Fields, prima di essere arruolato, nel 1953.
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vita militare non dovette essere molto felice per lui se al momento del congedo,
scosso e confuso , si avvicinò alla filosofia Zen che, come ricordò poi,
“era una teoria che con il jazz aveva in comune il fatto che, nel momento in
cui tenti di spiegarla a qualcuno, l'incantesimo si spezza, perché bisogna
viverla: come il jazz implica delle sensazioni, non delle parole”. Poi,
abbandonati gli studi di Platone e Freud, di Sartre e Voltaire, tornò al jazz:
prima con il clarinettista Jerry Wald, poi con Tony Scott, anch'egli
clarinettista, ma certo più moderno di Wald. Fu Scott a introdurlo nel mondo
musicale newyorkese, dove ben presto si conquistò una solida fama, arrivando
nel settembre del '55 alla Riverside per la sua prima seduta di incisione da
leader. Erano della partita l'ex batterista di Wald, Paul Motian, e al basso
Teddy Kotick, che già aveva suonato con Parker e Stan Getz. Evans mise a frutto
le lunghe giornate passate a casa dei suoi dove, al ritorno dal servizio
militare, si era rifugiato suonando il pianoforte e sperimentando le sue idee
innovatrici. Sia con il già rammentato Five, sia con il rivelatore Displacement,
Evans si impose all'attenzione del mondo del jazz, tanto da indurre Davis, nel
febbraio del '58, a ingaggiarlo per il suo gruppo fra lo stupore di molti. |
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I1
trombettista aveva capito sin troppo bene cosa avrebbe significato per lui
l’apporto del pianista che, dopo l'esperienza di Kind of Blue,
rammenterà come “l'improvvisazione di gruppo è una sfida ulteriore... c'è
un vero e proprio bisogno umano, sociale, di simpatia fra tutti membri del
gruppo nel superiore interesse del risultato comune...”. Ugualmente positivi
furono i giudizi dei suoi compagni sull'esperienza comune: Davis affermò,
infatti, di aver imparato molto da Bill Evans e Julian Cannonball Adderley
riconobbe: “Bill ha un'originalità e un gusto non comuni, e la rara abilità
di far considerare la sua interpretazione come l'unico modo di suonare il
pezzo”. Ciononostante Evans lasciò Davis alla fine del '58 per tornare
nell'ideale dimensione del trio (ancora per la Riverside) insieme a Sam Jones al
basso, e a Philly Jo Jones alla batteria, per spaziare dai suoi Peace Piece
o Epilogue, fino a Oleo di Rollins e al capolavoro di Cole Porter Night
and Day.
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Nel frattempo, comunque, la composizione
di Bill Evans, Waltz for Debby aveva valicato le frontiere del jazz
entrando nelle classifiche dei successi della canzone americana, e il pianista
ne fece così uno dei temi più proposti nella sua carriera. Stava comunque
maturando il suo periodo aureo che lo vide, dopo una sortita in duo con il
chitarrista Jim Hall, trovare in Scott La Faro e Paul Motian gli ideali compagni
d'avventura. Anch'egli originario del New Jersey, di famiglia italiana, La Faro
s'era già fatte le ossa con Chet Baker, Stan Getz, Cal Tjalder e Tony Scott ma,
soprattutto, era, come Evans, portato naturalmente a creare in modo stimolante, utilizzando
con estrema
eleganza la melodia: se a ciò si aggiunge il drumming sciolto (e discreto) di
Motian, si comprendono i motivi dell’immediato successo del trio. Prima con Portrait
in Jazz e, in particolare, con Explorations, Evans ottenne la
definitiva consacrazione. Purtroppo, dopo alcune sortite (significative quelle
al Village Vanguard, che darà nome a una serie di dischi di Bill Evans, e alla
realizzazione, dell’Lp chiamato dalla Riverside Waltz for Debby) Scott
La Faro, mentre si recava dalla vecchia madre si schiantò con l'auto contro un
albero e morì sul colpo. I1 fatto traumatizzò
profondamente il pianista che affermò, dolendosi della perdita
dell'amico: “Scotty è stato uno dei più grandi talenti jazzistici, se non il
maggiore. Paul e io ci chiedemmo se avremmo potuto avere ancora un trio e non
lavorammo più per circa sei mesi”.
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| Poi
arrivò Chuck Israels, un solista di notevole statura che gia era stato compagno
di tanti grandi, da Max Roach a Cecil Taylor (nel disco Hard Driving Jazz
con John Coltrane), da George Russell a Eric Dolphy. Ormai quello che Martin
Williams aveva definito “1’Evans touch” per descrivere l'inconfondibile
stile del pianista, era universalmente noto, così che il trio ricostituito tornò
in sala di incisione per realizzare due notevoli LP che, anche se dedicati a
pezzi noti, dimostrarono come Evans, come scrisse Leonard Feather, era sempre più
animato da “un intimo convincimento e da una creatività naturalmente
emotiva”.
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| La popolarità di Evans esplose,
comunque, quando (passato dalla Riverside alla Verve) incise lo stupendo Conversations
with Myself, ottenuto con la sovrapposizione di ben tre parti pianistiche
suonate tutte da lui con il semplicissimo espediente di ascoltare in Cuffia la
prima, incidendo la seconda, e poi riascoltando le prime due per creare la
terza. I1 disco ottenne l'ambito riconoscimento della National Academy of
Recording Arts and Sciences, che lo proclamò il miglior disco di jazz inciso
nel '63 “da un piccolo complesso”, anche se tale complesso consisteva in un
unico pianista... Erano anni particolarmente difficili, però, per il pianista,
che aveva aderito alla richiesta della sua manager, Helen Keane, di realizzare
il disco con la stessa tecnica che i cantanti pop usavano da tempo. D'altronde
Helen si era risolta ad aver cura di
lui anche personalmente, pagando i molti debiti che Bill aveva fatto in giro per
New York da quando, purtroppo, aveva iniziato a usare stupefacenti. |
| Una
sera, al Village Vanguard, si ritrovò con il braccio destro immobilizzato, per
aver offeso un nervo: per nulla preoccupato si limitò a suonare con la sola
sinistra, accompagnandosi con il gioco dei pedali e riuscendo a proporre una
musica tale che la sera dopo (sparsasi la voce) il locale era stracolmo di tutti
i pianisti della città curiosi di verificare ciò che si diceva. Anche la mogie
Elaine, oltretutto, era succube della droga. Alla fine Bill decise di cancellare
ogni precedente impegno, raggiungere la madre, che abitava in Florida, e curarsi
in modo definitivo. Al suo ritorno sulle scene, Bill ebbe un prestigioso
riconoscimento: il Grammy. Al banchetto per la consegna del premio, però, il
pianista si ruppe per caso un dente. Fu curiosa nell'occasione la battuta fatta
all'amico Gene Lees, che era presente: “È la prima volta, da un anno, che ho
nuovamente motivo per sorridere... e non posso farlo!”. Ricostituì comunque
il trio, sia con Israels sia con Gary Peacock, con il quale incise, sempre per
la Verve, Trio 64. Nel maggio del '64 entrò in sala d'incisione con Stan
Getz, avvalendosi del superbo sostegno ritmico di Elvin Jones. Infine, partì
alla volta dell'Europa per una tournée di cui rimane la documentazione in un
LP, realizzato a Stoccolma con la cantante Monica Zetterlung (oltre a Israels e
Larry Bunker alla batteria), nel quale dedicò alla vocalist svedese il suo
ormai famosissimo Waltz for Debby, dotandolo, per l'occasione, di un
titolo più nordico: Monica Vals.
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I remember the classics
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È
dello stesso periodo un'inconsueta sortita del pianista che, sollecitato dal
compositore tedesco Klaus Ogerman, si cimentò in un repertorio classico,
proponendo persino una sua personalissima versione della Pavana di Faurè,
sull'onda del ricordo degli anni giovanili in cui aveva dedicato parte del suo
interesse ai grandi autori classici. Molti anni dopo (nel '74) si ripeterà una
simile situazione con Symbiosis, realizzato con una grossa orchestra che
(in modo sintomatico) inciderà due tempi di una composizione di Evans,
intitolati First e Second Movement e che avevano come sottotitoli
espressioni caratteristiche della musica classica, come moderato, largo,
andante, maestoso.
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Come non riconoscere, però, che ancora e sempre la
dimensione congeniale per Evans era il trio? Nel 1966, così, il combo rinacque:
stavolta con Eddie Gomez al basso e Shelly Manne alla batteria, per l'album A
Simple Matter of Convinction, e in seguito per la riproposizione delle Conversations
with Myself (nel 1967), quindi per l'apparizione a Montreux (con Gomez e
Jack De Johnette) e il ritorno (sempre nel '67) al Village Vanguard, ancora con
Eddie Gomez e il vecchio compagno e amico Philly Jo Jones. |
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| A
dire il vero, l'anno precedente, cioè il 1966, c'era stato anche il trionfale
concerto alla Town Hall: quello nel quale Bill Evans, a cui era mancato
improvvisamente il padre due settimane prima, propose (da solo alla tastiera) Solo-In
Memory of His Father, un brano intenso e commovente. Grazie al Grammy (e
soprattutto alla oculata gestione della sua attività da parte di Helen Keane)
la situazione del pianista, comunque, trovò uno sbocco assai più sereno di
quanto si fosse verificato in passato.
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Le
squallide abitazioni, così, lasciarono il posto a un confortevole
appartamento a Riverdale, e l'unione con Eddie Gomez gli consentì
di risolvere i problemi di atmosfera musicale che per Bill Evans
erano essenziali. Soprattutto l'arrivo del batterista Marty
Morrell, ma anche le collaborazioni con il flautista Jeremy Steig,
fecero sì che il successo, su scala mondiale, tornasse ad
arridere a Evans. Superba fu l'esibizione alla Webster Hall
newyorkese che apparì su un altro album della casa discografica
Verve (What’s New). Quindi fu la volta
dell'apparizione al Festival di Pescara da cui venne tratto l’LP Pescara
Live, dell'esibizione a Montreux e così via, sino al The Bill Evans
Album realizzato per la Columbia nel '71, nel quale Evans (pur non
abbandonando lo strumento classico) offre non poco spazio alla
tastiera elettronica in tutti i brani registrati, compresi i suoi
classici Waltz for
Debby e T.T.T.
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Nel
‘72 iniziò la collaborazione con George Russell, un
personaggio del jazz con il quale aveva legami d'amicizia
dalla metà degli anni cinquanta, quando Russell
(precursore nel campo modale) aveva iniziato a suonare con
la sua Lydian Mode, dopo le esperienze con Gillespie ai
tempi di Cubana Be, Cubana Bop.
Living
Time,
realizzato per la Columbia con una grossa orchestra
codiretta da Evans e Russell (che aveva scritto anche gli
arrangiamenti), fu seguito da trionfali esibizioni in
Europa (dove, a Lubiana, Evans suonò con il batterista
inglese d'avanguardia Tony Oxley) e in Giappone, dove
incise il bellissimo Live in Tokio nel gennaio del '73.
Nel frattempo il pianista rifiutò la richiesta di Clive
Davis (il presidente della Columbia) di incidere dischi
rock. Evans, insomma, stava ormai diventando una vera e
propria leggenda vivente: anche se il duro colpo
provocatogli dal suicidio della moglie Elaine (che non era
riuscita a superare la dipendenza dalla droga) lo ferì
profondamente, si riscosse con Intuition,
realizzato in duo con Gomez. Questo, oltre che un vero
capolavoro creativo costituì anche un accorato omaggio
alla compagna scomparsa, perlomeno nel brano intitolato Hi Lili, Hi Lo,
che era il preferito da Elaine.
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| Un
aspetto particolare del carattere di Evans era la sua personalità fanciullesca,
che emergeva quando, raggiunta la fama mondiale (alla quale contribuì non poco
1'LP The Tony Bennett-Bill Evans Album, inciso con il popolare cantante
come accompagnatore d'eccezione), si vedeva trattato come una star e circondato
dai fans che gli chiedevano un autografo. E l'unione con Eddie Gomez (un allievo
di Scott La Faro, certo, ma anche un Solista dalla spiccatissima personalità)
contribuì non poco al successo del pianista, come dimostra anche A Face
Without Name, un tema, creato dalla penna di Klaus Ogerman, nel quale Bill
Evans espone soavi linee melodiche mentre Eddie Gomez dialoga con lui in una
dimensione armonica senza paragoni.
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| Fu
in questo clima di ritrovata serenità che Bill Evans decise di risposarsi e
l'unione fu presto allietata dalla nascita dell'unico suo figlio, Evan. I1 disco
con Tony Bennett era nato dopo il nuovo contratto, procurato ancora una volta da
Helen Keane, con la Fantasy, una casa discografica che consentiva comunque al
pianista di realizzare in piena libertà le sue idee, anche se da parte sua il
termine libertà aveva un ben delimitato significato: “Libertà non significa
licenza di fare qualsiasi cosa: quando suono in trio è necessaria una base di
riferimento comune, e se noi facciamo solo sfoggio della nostra abilità, questa
libertà di comprensione e collaborazione reciproca assume il valore di
sfida”. E ancora aggiungeva, con spirito polemico: “Non credo nemmeno che
libertà significhi poter suonare rabbiosamente solo perché si è di cattivo
umore. La responsabilità di ognuno verso la musica ha un'importanza
preminente”. Non era meno duro il giudizio di Bill Evans verso altre forme
musicali di successo: “La musica ha perso molto con il rock e il pop”, e la
dimostrazione delle sue concezioni arrivò, con il nuovo disco in solo inciso a
Hollywood nel dicembre del
1975, che gli procurò, ancora una volta, il premio Grammy grazie al suo Alone
(Again) registrato in parte a Berkeley. |
| L'esperienza
californiana restituì al pianista entusiasmo e giovinezza: a Berkeley con
Harold Land (già prezioso compagno di Clifford Brown), Kenny Burrell, Ray Brown
e Philly Jo Jones, nacque l'elegantissimo Quintessence. A San Francisco
fu ripetuta l'esperienza con Tony Bennett, ancora a Berkeley suonò con Lee
Konitz e il suo compagno Warne Marsh, a Hollywood con Gomez e il nuovo
batterista, Eliot Zigmund. Assieme al suo nuovo exploit solistico in Alone
(Again) questi furono alcuni brillanti momenti della sua avventura sulla
costa occidentale (che ebbe in Crosscurrent uno dei suoi più felici
esempi) in cui non manca mai il ricordo della moglie scomparsa, come evidenzia
il delicatissimo B Minor Waltz, cui Evans volle fosse unito il
sottotitolo For Elaine. Poco dopo Bill ritornò
a New York.
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Gli
ultimi anni: i cambiamenti
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Anche se le apparizioni di Evans, su
disco o in concerto, continuarono a mettere in luce la sua enorme personalità,
gli ultimi anni settanta non furono certo felici per il pianista. I1 secondo
matrimonio era naufragato e Bill si era separato dalla moglie. Gomez lo aveva
abbandonato e Evans lo aveva
sostituito con l'ottimo (ma non certo altrettanto congeniale per lui) Marc
Johnson, proveniente dall'orchestra di Woody Herman. Ormai Evans accettava di
incontrare solo i più intimi amici. Un nuovo solitario tentativo per tornare
alle idee degli exploits in Conversations e in Further Conversations
with Myself fu riproposto (per la casa discografica Warner, stavolta) in New
Conversations, in cui utilizzò ancora molto le sovrapposizioni
elettroniche.
| Poi
ci fu anche una sortita estemporanea, stavolta con Toots Thielemans all'armonica
a bocca in Affinity (sempre per la Warner) e con il trombettista Tom
Harrell, un solista di grosso spessore creativo. Infine, poco prima della morte,
il superbo concerto parigino alla Maison de 1'ORTF del 26 novembre 1979, nel
quale l'energia espressa da Evans fu evidenziata da un inconsueto attacco
percussivo. Un mutamento, va detto, tutto sommato marginale, perché le sue
concezioni armoniche, il lirismo, l'implicazione emotiva non avevano subito
mutazioni di rilievo. Lo dimostrano abbondantemente I Love You Porgy, My
Romance (tratto dal concerto parigino pomeridiano tenuto presso L'Espace
Cardin)e Laurie, una superba composizione del pianista, nella quale Evans
espresse appieno tutta la sua enorme personalità.
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| Non
giocò poco, nella stessa epoca, la sua persistente dipendenza verso la droga
che fece aggravare i suoi problemi epatici e l'ulcera allo stomaco che, ormai,
era arrivata allo stadio più acuto provocandogli penose emorragie. Nell'aprile
del 1980 un suo concerto in duo con John Lewis, alla Harvard University, fece
affermare al leader del Modern Jazz Quartet che Evans si era ancora una volta
palesato “un grande, creativo artista e un solista estremamente virtuoso”.
D'altronde in quegli anni il giudizio comune sul musicista era quello secondo il
quale Bill Evans aveva saputo trovare il più perfetto equilibrio fra il suo
istintivo lirismo e la sua intelligenza pianificatrice, ottenendo così la
soluzione al problema che sovente afflisse non pochi musicisti.
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| Erano
comunque gli anni del tramonto, quello fisico. Nell'estate del 1980 Evans
dovette interrompere la sua ultima tournée europea (della quale esistono
diverse documentazioni in possesso della Warner) per l'aggravarsi del suo stato
di salute. Ebbe così inizio il suo ultimo calvario I1 9 settembre suonò ancora
al Fat Tuesday Club newyorkese. I1 giorno seguente però, fu Costretto a
telefonare per disdire l'ingaggio, dato che le sue condizioni non gli
consentivano assolutamente di suonare. Marc Johnson e Joe La Barbera, che erano
stati i suoi ultimi compagni, da quel momento non lo abbandonarono più fino
alla fine. Fu necessario ricoverarlo al Mount Sinai Hospital, ma già
sull'ambulanza che lo trasportava, una spaventosa emorragia determinò un coma,
situazione che si protrasse fino alla morte, avvenuta il 15 settembre. Con Bill
Evans si concludeva definitivamente un'epoca, per il jazz e per la musica, anche
se rimane, intatto, il suo preziosissimo insegnamento.
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